«Lampedusa, racconto» di Anna Sardone

Quando arrivai in nave la mattina presto pensai subito che quel piccolo pezzo di terra, piatto, bianco, che si ergeva appena ma si stagliava in modo netto dal mare-olio, brillava di luce propria. Come una stella, ma in pieno giorno e in pieno Mediterraneo. 
Lampedusa è Sicilia, ma la Sicilia è lontana. Più di 8 ore avevo impiegato per arrivare fin quaggiù. Un viaggio notturno che ti conduce al mattino in un punto più a sud di Tunisi. È l’Africa la sua dirimpettaia. Ed è terra africana quella che calpestai scendendo dalla nave. Così come africano era il caldo torrido dell’estate che qui dura fino a ottobre. 
Ritrovai subito la Sicilia nelle parole, nelle voci, nelle movenze delle persone.
Chiesi informazioni. Dov’è la scuola? Sono un’insegnante e sono qui per questo. 
Le risposte furono un misto di accoglienza e diffidenza, date con gentilezza sbrigativa. Era il 30 settembre. Qui è ancora alta stagione. Si lavora a tempo pieno. Non si ha altro tempo per occuparsi di chi arriva… e turista non è. Sembravano pensare “se starai qui per un pezzo, impara ad arrangiarti da subito! Vedrai non è difficile”.
Fu dunque la luce intorno a me, forte e chiara come mai mi pareva di averla vista, che mi diede il benvenuto.

Qualche giorno prima avevo ricevuto la telefonata della preside dell’unica scuola dell’isola. Ero disponibile per una supplenza annuale? Mi parve un segno del destino: per tutta l’estate ero stata incastrata in un lavoro di cui non ero contenta. L’idea di lasciare tutto e di andare via mi parve la soluzione.
Ancora una volta la luce fu quello che mi colpì appena entrata nell’edificio scolastico.
Attraverso una grande vetrata, inondava l’ampio atrio esaltando l’azzurro vivo delle pareti.
Mentre aspettavo di essere ricevuta percepivo, al di là delle porte chiuse delle aule che su quell’atrio si affacciavano, le voci dei ragazzi e quelle degli insegnanti. 
Pensai che mi sentivo a casa.
La preside era una donna alta e mora. Aveva un sorriso affabile, ma la stessa gentilezza spiccia che avevo già sperimentato. “Spero che lei non abbia intenzione di andare via a metà anno in maternità come fanno tante altre docenti che mandano qui!”. Le assicurai che avevo intenzione di fermarmi fino al termine della supplenza.

Fu la prima domanda che mi fecero i ragazzi appena entrai in classe: “Professore’ ’’, ma tu resti tutto l’anno o te ne vai?”, quasi che dalla mia risposta dipendesse la misura dell’impegno emotivo e scolastico che avrebbero investito. Non sono sicura che abbiano dato credito alle mie rassicurazioni. Ma si disposero comunque a conoscermi e a farsi conoscere.
Dai loro racconti compresi quanto forte fosse il legame con l’isola, quanto l’essere lampedusani fosse il loro tratto distintivo. Eppure da una rapida lettura dei dati anagrafici degli alunni sul registro mi accorsi di qualcosa che attirò la mia attenzione. Palermo, Anzio, Rimini… nessuno di loro era nato sull’isola! A Lampedusa non c’è una sala parto e le donne in gravidanza devono partire con anticipo rispetto alla data prevista e tornano sull’isola non appena i bimbi possono affrontare il viaggio aereo. Scoprii così che, nell’isola della luce, nessuno viene alla luce! 

“Professore’, ma mai ci sei stata all’isola? Miii, appena la vedi non ci credi!”. 
Scelsi una domenica mattina per andare per la prima volta all’Isola dei conigli. Sapevo che sarebbe stata affollatissima e per questo mi avviai molto presto per precedere almeno di qualche minuto la massa dei turisti. Arrivare alla prima terrazza e affacciarsi di sotto è un‘esperienza inimmaginabile. 
A sinistra la baia della Tabaccara, a destra la spiaggia dei conigli, di fronte l’isolotto. La luce gioca con la superficie dell’acqua facendola brillare e mette in evidenza decine di sfumature di colore: zaffiro e smeraldo, indaco e cobalto, celeste e acquamarina. Uno spettacolo di cui gli occhi non riescono a saziarsi. I gabbiani reali sono i padroni di casa, le loro impronte sulla sabbia chiara sono il segno che questo è il loro regno.
Il mare, il meraviglioso mare da pubblicità di isole caraibiche, lo scoprii ben presto.
Rappresenta, a ragione, il principale vanto dei lampedusani. Ma la terra nessuno me l’aveva decantata. 
L’inverno impostore, in realtà lunga primavera, mi rivelò aspetti imprevisti. Le fioriture, le piante endemiche, le mille sfumature di verde, gli uccelli migratori. Chi vede Lampedusa in estate non può sospettare che tutto ciò esista. 
Compagno indivisibile della luce è il vento. Un vento forte, implacabile che costringe gli alberi a crescere con la chioma china verso terra. Alberi prostrati dalla potenza del maestrale che soffia senza tregua.

Sono passati più di dieci anni dal mio primo arrivo. Non sono andata più via. 
La scuola è diventata la “mia” scuola, l’isola la “mia” isola. Ne condivido le bellezze, i problemi, le gioie, i dolori.
Ho imparato a conoscere e a comprendere i suoi tempi e i suoi ritmi e anche quelli li ho fatti miei. La sua storia millenaria e misteriosa quasi del tutto ignorata.
Il dolore e la speranza di donne e uomini che hanno attraversato il mare africano e sono giunti qui e che, con gli occhi bassi, quasi a non volere fare rumore, a non voler disturbare, sognano di potersi conquistare la libertà di vivere.
La gentilezza sbrigativa d’estate e l’affabilità affettuosa d’inverno dei suoi abitanti che ti apostrofano dolcemente con il loro “o’scia” (fiato mio) pur pensandoti sempre “forestiero”.
È il mio pezzo di Sicilia. Un pezzettino di terra arida, calda e luminosa nel più profondo sud.

Articolo di Anna Sardone 
Pubblicato sull’antologia “Le Siciliane” in cui 50 donne raccontano il loro pezzo di Sicilia
Foto di Tommaso Sparma

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